Esben And The Witch – Deathwaltz, Gianluca Bindi

Danza macabra – Bernt Notke (Chiesa di San Nicola, Tallin, Estonia, XV secolo)

Rosalind chiuse le palpebre al padre sul letto di morte. Il baldacchino era ornato da stoffe pregiate, ma dinanzi a quel mucchio di ossa annerito, per la prima volta sembravano superflue. Trattenne il groppo in gola e gli occhi serrati da un dolore che fino a pochi giorni prima non era nemmeno concepibile. Uscì dallo stantio soffocante della stanza. Attraversò la corte facendosi spazio fra i servi. Gli stemmi araldici degli antenati della sua famiglia la accompagnarono fuori.
L’aria non attenuò il suo sgomento. I vicoli si aprivano fra i corpi purulenti. La terra era mischiata a sangue, bava rabbiosa, maionese di muco, escrementi di ratto e resti di un’umanità in necrosi. Non pioveva da giorni. Il villaggio si muoveva caoticamente e senza meta, all’erta e rassegnato allo stesso tempo, per qualcosa di intangibile, che sapeva tanto di punizione divina. La coltre nera aveva spalmato la sua morte, la morte di cui parlavano in tutta Europa da mesi, e che finalmente era arrivata. Rosalind si coprì il viso con le mani tremanti, una smorfia di disgusto e terrore le trafisse il viso. Conati di vomito. Voleva uscire da quel carnaio infetto. Camminò fra i grumi di sangue nero rappreso, piano, come se il suo vestito di seta rossa intarsiato da intricati fili d’oro non fosse in grado di essere notato. Panai, maniscalchi, pellai, osti, ogni tipo di plebe che esisteva per un preciso ruolo che li qualificava vita natural durante livellati senza distinzioni dal grande nero: avvolti nell’oscurità organica che aveva ammarcito i loro denti cariati, rattizzato le loro membra gonfie di vesciche eruttanti. Uomini e animali si apprestavano sulla medesima via della concimazione definitiva della terra su cui avevano visto la luce, pensò. Le urla meschine, i lamenti di angoscia ritmavano dalle finestre. Bolgia di vespe sataniche, ronzii di mosconi intrappolati sottopelle. Il dolore come capolinea dell’uomo. Rosalind avrebbe voluto esser sorda in quel momento. Accelerò il passo e corse fra le lacrime, con la vista appannata. Oltrepassò le mura finendo nella campagna.
Il cielo era cristallino, si respirava luce tersa. La brezza che le piombava in faccia le procurò un sollievo isolato ed effimero. Percepiva qualcosa che la tallonava da dietro. Ma non riuscì a voltarsi. La paura le fossilizzò il collo paralizzandole i muscoli per voltarsi. Andò avanti. Velocemente. La discesa la mangiò e non poté altro che cadere a terra. Rotolò giù con le ortiche che le graffiavano il viso. Sconfitta si adagiò sull’erba in attesa del suo turno. Un fascio di nervi putrefatti attaccate a delle ossa le offrì la mano per rialzarsi. Impaurita più che mai provò a rifiutare, ma poi si arrese al corso del destino, come tutti. Un pensiero sgradito le pungolò il cervello. E allora capì. Percepì un frangente di chiarezza assoluta, come se il cielo le fosse entrato dentro per osmosi. La morte nera come grande equalizzatrice del mondo. Colei che metteva tutti sul solito piano: poveri e ricchi, innocenti e colpevoli, dannati e timorati di Dio. Ora l’insensatezza della vita le pareva palese come la sofferenza di cui fa uso la natura per divertirsi su miseri pezzi di carne a cui è attaccata un’anima passata di lì per caso. Una vita, la sua, passata ad accumulare ricchezze che non le tornava in aiuto in quel momento di perdizione, di perdita di qualsiasi scopo. Presto la mietitrice sarebbe passata anche su di lei, con la sua falce impassibile. Si sentì meno reale, più vulnerabile ma, in qualche modo, libera.
Fece leva sulle gambe e si rialzò. Le unghie dello scheletro le si conficcarono sulla sua carne viva, ancora per poco. Un’irrefrenabile voglia di danzare si impossessò di lei. Se non si può evitare la falce minacciosa allora tanto vale esorcizzarla, pensò. Si mosse di movimenti scattosi e antiestetici. Dispari e sincopati. Altri morti la raggiunsero, con altri facoltosi vivi al seguito: cardinali, ambasciatori, prelati e vassalli. Tutti contorti e serenamente spauriti si unirono a lei, o a quello che di lei rimaneva assemblato. Il fiatone le montò in gola, il sudore le avvampò la pelle sotto i preziosi drappi che la ricoprivano. Si abbandonò all’effluvio, guardò il cielo e sentì un terribile amore, un mare di gioia in cui lavò tutti i suoi peccati. Fra qualche giorno sarebbe morta leggera.

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