Joe Jackson – Zémio, Charles Mason

Cari Luca e Salvatore,

vi scrivo questa missiva perché non ce la faccio più. Da quando ho sentito parlare di Ambulance Songs avevo questa canzone che mi premeva da dentro, ma io vi ho sempre opposto resistenza. Ora ho finalmente deciso di arrendermi e farla venire alla luce, ma consideratela come una confidenza che vi faccio in segreto; proprio per questo, infatti, vi chiedo di non pubblicarla. Questa canzone mi arreca infatti troppo dolore e vergogna perché possa essere diffusa: mi ricorda i misfatti compiuti in gioventù che ancora adesso non mi perdono. E cosa accadrebbe se i miei 2 o 3 affezionati lettori venissero a conoscenza di questo atroce passato? No! non deve accadere!
Per questo affido a voi questa memoria e confido nel vostro riserbo: solo pochi conoscono i miei peccati e tra questi vi sono i miei soci Dixon e theline ai quali però l’ho rivelato solo dopo aver carpito i loro segreti più oscuri da utilizzare come ricatto allo scopo di far loro mantenere il segreto.

Ma non perdiamoci in ciance e veniamo al dunque: sì, quando ero giovane ho peccato, in parole, ascolti e cassette, perchè io da adolescente… ascoltavo la fusion! Intendiamoci non il jazz rock degli anni ‘70, ma proprio quella fine anni 70 e anni ‘80: musica plastificata e ipertecnica e spesso definita in maniera dispregiativa anche muzak o elevator music (o musica da film porno…).
Musica caratterizzata da sax quasi sempre pulitini e melodici, fraseggi alla velocità della luce e accordi fintissimi e pompatissimi di tastiera digitale (il famigerato Yamaha DX7 ad esempio) usati a mò di fiati, grappoli di note di basso alternati allo slap, batterie inutilmente complesse e impeccabili mitragliate chitarristiche. Certo, c’erano nel calderone anche i Weather Report (ma solo quelli con Pastorius, il Jimi Hendrix dei Riccardoni) e Pat Metheny, musicisti che ascolto ancora oggi, ma, per la maggior parte, si parlava di gruppi come i canadesi Uzeb guidati dal basso al fulmicotone di Alain Caron, i tardi Steps Ahead con il terrificante sax midi di Michael Brecker o i miei preferiti (sic!) Spyro Gyra, per i quali ragranellai pure faticosamente i soldi per il concerto (un tripudio di virtuosismo mai visto).

Come feci a cadere in tale baratro visti i miei sopraffini e universalmente apprezzati gusti musicali, direte voi? Semplice: prima di tutto la frequentazione di amici aspiranti musicisti e studenti di quelle scuole musicali “alla Berklee School” dove si aspira a raggiungere il maggior numero di note al secondo, ovvero esimi rappresentanti di coloro che oggi vengono definiti Riccardoni. In particolare il mio amico inseparabile era un bassista cultore dello slap che sognava di emulare Mark King dei Level 42 e il nostro mentore un chitarrista abilissimo tecnicamente di qualche anno più grande di noi.
Il secondo e più importante fattore è la voglia di diversità rispetto alla massa. La fusion in tal senso era perfetta perchè nonostante i ragazzi “normali” ci prendessero per il culo per l’ascolto di tale musica, noi potevamo guardarli dall’alto in basso con quel senso di superiorità che contraddistingue chi si iscrive alla chiesa del tecnicismo: ascoltate pure quella gente scarsa, noi ci dedichiamo all’adorazione del verbo. Già, il verbo! Incarnato da creature mitologiche, metà uomini e metà macchina, come i giapponesi Casiopea, capaci di eseguire musica di merda a velocità inconcepibile per l’essere umano.

Per fortuna arrivò la musica a salvarmi da “quella” musica, sotto forma della canzone oggetto del pezzo.
Eravamo come quasi tutti i pomeriggi al campo da basket, quello che noi ragazzetti bianchi, ma aspiranti “nigga” chiamavamo “il playground”, ma che in realtà era il campo di un CRAL (circolo ricreativo aziendale lavoratori in un quartiere residenziale) frequentato da pensionati e non certo dalla pelle scura…. Mentre si giocava pensando di essere i nuovi Jordan o Magic Johnson (nel mio caso di piccolo e scarso giocatore dal colorito cadaverico, Spud Webb, alto o meglio basso come me e vincitore della gara delle schiacciate) non poteva mancare a fondo campo la musica che avrebbe dovuto uscire da un Boombox alla Radio Raheem quando in realtà proveniva, a volume ben poco udibile, da un modesto radioregistratore portatile. Ovviamente alle mie orecchie ciò che si diffondeva nell’aria era sempre musica “scarsa”.
Finchè durante la partitella un giorno – e passa sta cazzo di palla – odo un tappeto di percussioni tropicali, vibrafono e poi – fallo, due liberi per me! – comporsi lentamente un ritmo sincopato di batteria e di basso screziato da accordi piano acustico ed elettrico. Un groove ipnotico e languido, – Ferro pieno, merda! – con un tema di sax e poi dopo un raffinato assolo di piano elettrico – minchia, che stoppatona in faccia mi sono preso… – arriva un interludio esclusivamente percussivo – ma chi cazzo ti credi essere? Michael Jordan? – e finalmente riprende il tema iniziale e – Yes! Tiro da 3, fratello! – dopo un tempo interminabile il brano giunge alla conclusione. Interessante penso, informiamoci con discrezione. Con il fiatone in gola e madido di sudore chiedo in tono sprezzante al DJ della squadra: “Cos’è sta roba?“ (è fondamentale dissimulare interesse per mantenere la distanza). “Joe Jackson” mi fa, “la colonna sonora di Mike’s Murder”. Ribatto io mentre cerco di pensare a come chiedergli la cassetta “Joe Jackson? quello magro brutto e antipatico che canta quella canzone di merda che fa tunza tunza tunza tunza tunza tunza? (ndr Steppin’ out)”, “già proprio lui ma questo è un album praticamente sconosciuto”.
Ding! Insomma, brano strumentale ben suonato, brano luuungo e roba per pochi. “Ah, sto tizio piace al fratello di un amico di mia sorella (ndr io non ho nessuna sorella (ndrdr la sorella ce l’ho ma fate finta che non ce l’abbia…)), mi presti la cassetta che gliela duplico?”
Et voilà les jeux sont faits, messieurs!

Chi l’avrebbe mai pensato che in un normale pomeriggio di divertimento e umiliazioni cestistiche la mia vita sarebbe cambiata? Portai a casa la cassetta e da allora seppur con gradualità cambiò tutto. Già avevo avuto dei timidi approcci con Zappa che però, in quel momento, apprezzavo solo per l’umorismo alla stregua degli allora underground “Elio e le storie tese” e avevo ascoltato con curiosità e scetticismo la cassetta dell’antologia dei Caravan “Canterbury Tales” ma l’amore per il pop e il rock sembrava ancora lungi da venire.
Comunque ascoltai e riascoltai alla morte (cose del passato ormai) Mike’s Murder per poi raccogliere con fatica i soldi e comprare un LP di JJ (il prescelto fu il doppio Live 80-86). Il dado era tratto e fu amore: pian piano riuscii ad ascoltare e a procurarmi gli altri suoi dischi e il mio orizzonte cambiò radicalmente. Continuai ancora per qualche tempo a ascoltare fusion ma più per orgoglio e inerzia che per passione perchè ormai il mio sguardo era altrove. Mi “arrivarono” finalmente nella loro bellezza i Caravan di “In the land of Grey and Pink”, l’illuminazione zappiana, il jingle jangle R.E.M.iano, rispuntarono gli U2 per cui alle medie avevo una cotta (tanto che ho sempre potuto dire che il mio primo LP è October anche se dopo arrivarono per un po’ solo dischi fusion), il ruggito Waitsiano etc. Insomma Zemio con la sua vibrazione jazzistica e il suo andamento strumentale aveva colpito nel contempo un lato di me che era già manifesto e aveva spinto ad uscire invece, un aspetto che ancora non conoscevo e che mi avrebbe portato ad essere l’ascoltatore che sono diventato con tutte le evoluzioni e mutazioni del caso durante la vita.

Dopo poco tempo mi resi conto dell’orrore di Kurtziana memoria della musica che ascoltavo, non solo estetico ma proprio concettuale. Mi resi conto che si può conoscere perfettamente la musica senza saperla veramente ascoltare, che il tecnicismo fine a se stesso era il male. Da allora in avanti quindi mi costruii pian piano un’altra identità, cercando di spazzare sotto il tappeto le ceneri di un passato ingombrante e imbarazzante. Ricordo quella volta che in presenza di amici incontrai una vecchia conoscenza delle superiori. “Ehi come va? ascolti ancora quella musica là, quegli Spyro Gyra?” Me la cavai abilmente rispondendo “certo!” e spiegando ai miei amici, dopo aver salutato il tizio, che il folk rock degli Spirogyra mi era sempre piaciuto… Ma non sempre potrebbe andarmi così bene e devo dire che ancora oggi vivo nel terrore di essere scoperto e sputtanato ed è decisamente logorante. Per questo ho deciso di lavarmi la coscienza, almeno in privato, e di confessarvi tutto.
In fondo ero giovane e chi non ha fatto errori da ragazzo?

Anche perché in fondo, credo che, per quanto imbarazzante, sia stata un’esperienza importante. La domanda infatti è: alla luce di ciò che ho ascoltato nei trenta e passa anni seguenti, perchè mi piaceva quella roba? Cosa è rimasto di quell’adolescente? Se il desiderio di differenziarsi dalla massa si è evoluto, e facilmente lo si può ravvedere in tutta la mia ricerca musicale, è invece più difficile capire che cosa rappresenti questa mia attrazione verso il tecnicismo e che fine abbia fatto. Si tratta di un punto importante perché aiuta a capire come si forma il proprio senso critico. Per capire che tipo di ascoltatori siamo e che cosa ci piace, per prima cosa dobbiamo conoscere noi stessi e accettare anche i nostri difetti. Mi sono reso conto quindi che quella passione che provavo per passaggi velocissimi e tecnicamente perfetti non era solo colpa delle “cattive” frequentazioni, ma un qualcosa che rispondeva a un mio bisogno. Una caratteristica probabilmente ascrivibile al mio forte razionalismo che generava l’equazione bello uguale ben eseguito. Probabilmente però in quel momento l’esecuzione impeccabile ha fatto da vettore per un afflato artistico che mi era sconosciuto, stimolando nuovi bisogni che mi hanno portato da una parte a vivere la musica in maniera meno razionale e dall’altra a convivere con pulsioni che non vanno rifiutate ma accettate. Quelle caratteristiche insite in me ad esempio che mi portano a provare attrazione (contro la mia volontà) per cose che non mi piacciono, intendendo per piacere una soddisfazione che va al di là delle pulsioni più superficiali. Perciò anche se le mie orecchie non possono non drizzarsi che ne so, al passaggio strumentale di Metropolis dei Dream Theater, perché soddisfa una parte di me anche se in fondo non mi piace, ho imparato ad accettarlo e questo mi ha fatto capire che cosa mi piace veramente. Perciò il mio passaggio fusion rimane inconfessabile, ma importante e formativo nella definizione del mio essere appassionato di musica e insegna che non si può stralciare interamente un’esperienza di vita, ma che essa va inserita all’interno di un percorso unitario. Ma se al bivio che poteva condurmi alla definitiva rovina ho imboccato la strada verso la salvezza è merito di Joe Jackson e di Zemio, che erano lì al momento giusto nel posto giusto.
Ma mi raccomando, ne va della mia onorabilità quindi non dite niente a nessuno!

Charles Mason è uno dei tre autori di La Linea Mason-Dixon, un blog amico che vi consigliamo di leggere perché anche da loro si fa erotica, e non critica, della musica.

2 risposte a "Joe Jackson – Zémio, Charles Mason"

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