Josef K – It’s Kinda Funny, Michele Benetello

Avevo 15 anni, un sorriso sovietico e un cuore di groviera. Passavo le notti attaccato alla radio cercando segnali nell’etere. L’insostenibile leggerezza dell’etere. Una vita di poche cose, tutte perimetrate dentro un quartiere nel quale stavo faticosamente cercando di farmi le ossa prima che me le smembrassero quei teppisti pronti a sconfinare settimanalmente per dei veri Black Friday. Quattro tiri al campetto di basket, un salto in biblioteca e uno in edicola, rari e platonici sospiri rivolti verso esemplari umani con le tette. Poco altro. Qualche pagina serale in attesa che il buio e il silenzio dipingessero le pareti di casa, ecco. Solo allora sintonizzavo manopole e puntavo antenne con la cura di un assetato alchimista in cerca di qualche sprazzo d’armonia che potesse rinfrescare (o soltanto placare) quell’infiammazione che mi portavo appresso. Ero in pieno accorpamento e le furie adolescenziali edificate sui Ramones stavano lasciando spazio ad altro. ‘Altro’ che non conoscevo ancora appieno e per questo religiosamente andavo a trascrivere dentro un’agenda, dovevo fissarlo su carta e nella memoria. Una vecchia agenda del 1977, perchè gli anni non ti si parano mai davanti per caso.

Ancora oggi ho percezione nitida del maglio perforante pronto a colpirmi in pieno petto – lì al centro dello sterno, il mio motore immobile – al primo ascolto di Disorder, di Rescue, di Saeta, di Q Quarters, di Christine. The Strawberry Girl. Quella che aveva 23 personalità differenti. Potrei ricopiarvi senza colpo ferire l’intero incartamento di titoli glassato su lunghe nottate, magari macchiandolo con alcune goccioline salate provenienti dai bulbi oculari. Sono passati 40 anni del resto. Quaranta. La matematica può spaventare, a volte. Sono tante quattro decadi a metterle in fila, lunghi e spinosi rosari di stagioni e accadimenti. Ma sapevo che davanti a me vi era una distesa di variegati suoni da raccogliere, densi campi di fragole per sempre e note di copertina da qui alla luna. Che può uccidere certo, ma quella arrivò dopo.

Un minuzioso amanuense affetto dall’acne pronto ad entusiasmarsi nello scoprire un mondo di cui ignorava completamente l’esistenza ma che si stava svelando poco a poco. Chi non vorrebbe rivivere a cadenze regolari epifanie simili?

Poi, una sera di ottobre, udii un dispaccio sonoro in guisa di irradiazione elettromagnetica, un messaggio perfettamente integrato ai primi freddi stagionali. Era lì e sembrava si rivolgesse proprio a me. Avanzava in punta di piedi evocando sin dal nome del gruppo tutta una letteratura umbratile a mio uso e consumo: Josef K. Che scelta sublime per una banda di adolescenti scozzesi. Franz Kafka, Il Processo, Block, Huld, Leni, la signora Grubach, Rabensteiner, Kullich e Kaminer. Il pittore Titorelli. Tutto questo stava germogliando dentro tre minuti e trenta secondi di suono perfettamente tratteggiato sui chiaroscuri della camera. L’incredibile scoperta – dentro la provincia più bianca e retrograda – di quante cose potessero svelarsi all’ascolto di una semplice canzone. Era come scovare un paradiso perduto dentro ad un rifiuto, un walhalla di sensi da troppo tempo anestetizzati, dei vangeli apocrifi di tormenti, un insieme di catarsi che spiegavano l’origine di quel multiverso al quale mi si stava consentendo l’accesso per chissà quale astrusa ragione. Mi sentivo un prescelto. Troppo forse per un ragazzo che non era mai uscito dai patri confini. Avvolto dai passi lenti e cadenzati di It’s Kinda Funny scelsi un religioso silenzio, il pennarello blu finì di compiere la sua opera su una pagina sgualcita mentre quel serpente di impossessava di me senza trovare ostacoli di sorta, fagocitandomi.

Finalmente capivo e trovavo perfettamente legittimo il senso di passiva accettazione che permeava quel romanzo letto da poco. Il dibattersi in sabbie mobili, l’ineluttabilità di scelte imperscrutabili, il girare a vuoto incapace di sfuggire a un destino che non gioca mai nel tuo campionato. Il destino, già. Quello che spesso va a scrivere il talento, ma talvolta viene vergato da quest’ultimo.

Lo capivo, l’avevo capito, con i miei tempi e un sottofondo adatto. Spiegare quello che stava accadendo in quelle ore notturne è virtualmente impossibile, non si può descrivere una rivelazione, dogma uno e trino dove spazio tempo e velocità aggiungono il sonoro a far puntuale cronaca e poker. Non si può. Le parole ghigliottinerebbero per difetto qualsiasi emozione. I’ts Kinda Funny era un semplice istante pronto a cristallizzarsi dentro di me per sempre.

L’agenda ce l’ho ancora e vorrei tramandarla ai posteri sebbene sembri il consunto breviario di Adso Da Melk. Forse un giorno lo farò. Magari il giorno in cui “sparirò attraverso la crepa nel muro e i ricordi che lascerò non saranno niente”.

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