Leonard Cohen – Bird On The Wire, Carlo Puddu

La porta di Casa Cohen a Hydra, foto di Carlo Puddu

Hydra è l’isola greca in cui nel 1960, all’età di 26 anni, Leonard Cohen si trasferì, unendosi alla piccola comunità di artisti bohemien che lì si erano ritirati in cerca di qualcosa di lontano e selvaggio.
Come poeta Leonard Cohen stava crescendo in reputazione e nelle condizioni di solitudine di Hydra, aveva in programma di lavorare al suo primo romanzo. Dopo cinque mesi passati in affitto, comprò una casa grazie a 1.500 dollari lasciati dalla nonna, scomparsa da poco.
Leonard Cohen passò sette anni a Hydra, qui incontrò uno dei suoi grandi amori, la modella norvegese Marianne Ihlen, scrisse due libri di poesie, completò il suo romanzo “The favourite game” (1963) e soprattutto è qui che cominciò a scrivere le canzoni per i suoi primi due album.
Marianne divenne la sua amante e musa, finì ritratta sul retro di copertina del suo secondo disco, “Songs from a room”, seduta alla scrivania nello studio di Leonard a Hydra, cinta soltanto da un asciugamano davanti alla macchina da scrivere, ispirò canzoni e poesie come “Hey, that’s no way to say goodbye”.
Marianne fu amica, confidente e affettuosa assistente, ogni mattina metteva una gardenia di fronte alla Olivetti lettera 22 portatile. You are the woman / whoreleased me, confidò Cohen anni dopo in una poesia inedita intitolata The PoetryPlace: sei la donna che mi ha liberato.
Nel 1967, infine, Leonard Cohen lasciò l’isola greca per finire al Village di New York e iniziare così la sua carriera da musicista. In realtà, andandosene, lasciò anche Marianne, ma solo dopo averle dedicato l’immortale “So long, Marianne”.
Nel mio immaginario Hydra è sempre stata un luogo magico di formazione, un’isola sperduta nel mare della Grecia, dove le divinità dell’Olimpo trasformano gli scrittori in autori di canzoni eterne e bellissime.
Con queste fantasiose aspettative prendiamo il traghetto che dal porto del Pireo, in poco meno di due ore, ci porta a Hydra.
Lasciamo Atene alle spalle per inoltrarci nello sterminato grande blu, ad accompagnarci è un moderno aliscafo, meno romantico dei vecchi traghetti a vapore ma decisamente più veloce e silenzioso.
Hydra ci appare davanti con le sue rocce nude e qualche sparuta traccia di secca vegetazione mediterranea. Siamo alla fine d’agosto, la breve stagione delle piogge arriverà tra qualche mese, è caldo, il sole è alto e riversa una luce di una forza così intensa da bruciare i contorni di ogni pietra e ogni vela che ci sventola intorno.
Scesi dal traghetto, ci assale la sensazione di essere arrivati in un piccolo paradiso. Il porto di Hydra è circondato da case bianche dislocate a ferro di cavallo che salgono su fino alla collina. Ci vengono incontro i portantini con i muli a seguito, per chiederci se abbiamo bisogno di un passaggio. A Hydra è infatti proibito ogni mezzo di trasporto che non sia il mulo o la barca. Solo la polizia, i vigili del fuoco e l’ambulanza hanno il permesso di circolare con altri mezzi.
Decidiamo di inoltrarci a piedi tra gli stretti vicoli per raggiungere la casa che abbiamo affittato. Ci perdiamo più volte nel labirinto di strade, finché dietro a un albero di gelsomino la troviamo.
A Hydra, le strade non hanno nome, le porte non hanno i numeri e ci si muove prendendo a propria scelta vari punti di riferimento o chiedendo alla gente del posto, il tempo diventa qualcosa di relativo e la frenesia inconcepibile.
Usciamo per mangiare qualcosa.
Le mie ricerche precedenti mi hanno permesso di segnare sulla mappa alcuni luoghi legati a Leonard Cohen. Il “RolioCafè” è il primo. I motivi sono molteplici: è sul porto e fa da mangiare (abbiamo urgenza di cibo e di bere una birra fresca), ma soprattutto è il bar dove Cohen ha visto per la prima volta la bellissima Marianne. Quindi in preda alla bellezza dell’isola e con le parole di Leonard nella mente, ci abbandoniamo al romanticismo.
“Come over to the window, my little darling, I’d like to try to read your palm…”
Ci sediamo fuori e ordiniamo, fantasticando sulla gioventù e sugli artisti bohemien, la birra arriva fresca e buona, il mangiare invece è roba per turisti. Purtroppo impariamo presto che il porto di Hydra, nella sua indubbia bellezza, è il centro d’attrazione turistica dell’isola. Mal di poco, basta andare alle taverne a 100 metri dal porto e il costo della stessa cena (ma molto più buona) da 20 euro diventa la metà. Tutte piccole cose che da navigati viaggiatori impariamo sbagliando.
È mezzanotte, il cielo è stellato e la luna enorme, ci ubriachiamo.
Il nostro diario di viaggio riporta che in programma per la mattina successiva c’è: Ricerca della casa di LC. Ma la troppa bellezza, la troppa birra, il vino Retsina e l’Ouzo, ci convincono che un bagno nelle acque azzurre della spiaggia di Mandraki è quello che ci serve per ritrovare la necessaria lucidità, così rimandiamo tutto al giorno dopo.
“…a kind of balance in the chaos of existence…”
Le spiagge sull’isola di Hydra sono poche e raggiungibili solo via mare, a piedi o a dorso del mulo. Probabilmente questo “limite” è il segreto che ha preservato l’isola dal turismo di massa. Hydra è infatti un mondo a parte, che per fortuna non cattura tutti.
Camminare sotto il sole, nella polvere dello sterrato per 20 minuti, con la distesa azzurra del mare da un lato e la montagna brulla dall’altro, con decine di gatti assediati sotto l’ombra delle poche piante, ha a che fare con il vivere un’esperienza profonda piuttosto che con la contemporanea idea di vacanza da villaggio turistico.
Tutti i nostri sforzi vengono ripagati dalla bellezza, dalla tranquillità delle spiagge, dai colori del mare e della luce che entra ovunque. Hydra che eravamo venuti a vedere è ancora più idilliaca di quanto avremmo mai potuto sperare.
La sera andiamo in giro in cerca di qualcuno che ci sappia indicare dove si trova la casa di Leonard Cohen. Sappiamo essere all’interno del paese, ma senza indirizzi è difficile districarsi in quel dedalo di vicoli bianchi, tra le viti e le bouganville.
Sembra incredibile, tutti annuiscono con orgoglio al nome di Leonard Cohen, ma nessuno sa dirci dove sia esattamente la casa. Ci dicono di andare alla vecchia taverna di Douskos e chiedere.
Troviamo due anziani seduti a un tavolo che, dopo una vibrante conversazione, a noi totalmente incomprensibile, convengono che la casa di Leonard è all’interno, vicino al negozio “dei quattro angoli”, dopo la casa di Costas e di Christos.
Annoto sul taccuino: – Tornare al porto, prendere la via alla destra della torre con l’orologio e salire, tenendo la destra, continuare a salire per svariate rampe di scale, fino a raggiungere il negozio alimentari “QuartreCoins” (i Quattro angoli), a quel punto svoltare a destra fino in fondo lungo una strada stretta, fino a trovare un’altra strada, ancora più stretta, e li si trova la casa. È quella col giardino prima della grande bouganville-.
Perfetto, ringraziamo tutti, offrendo un giro di Ouzo e la mattina successiva armati di mappa, saliamo. In pochi minuti ci troviamo al “QuartreCoins”, il negozio di frutta e verdura, quello preferito dal nostro buon Leonard.
Entriamo, compriamo un po’ di frutta e chiediamo all’anziana signora se ci può indicare la casa di Leonard Cohen. Lei sorridendo ci dice “beautiful, follow me” esce dal negozio e ci indica la via. La ringraziamo, mentre lei sconsolata sussurra qualcosa del tipo “No oneishereanymore”.

Il nostro pellegrinaggio è giunto alla meta.

La casa è quella, la porta è quella. Qui lo scrittore venuto dal Canada divenne magicamente Leonard Cohen. Tocco più volte la maniglia d’ottone, busso con il piccolo battente a forma di mano. È tutto qui, le finestre, il giardino, il filo dell’elettricità, il filo… proprio quello dove tutto ha avuto inizio. Mi siedo sullo scalino davanti alla porta di casa e in cuffia metto “Bird on the Wire”.
“Like a bird on the wire, like a drunk in a midnight choir, I have tried in my way to be free”
Passano muli e uomini, qualche turista. Tutti salutano gentilmente. La gentilezza è nell’aria.
Scendiamo giù, salutiamo di nuovo la signora, chiedendoci chissà cosa avrà voluto dire con quel: “No oneishereanymore”. Eppure la casa è ancora di proprietà della famiglia, il figlio Adam Cohen frequenta spesso l’isola. Ma negli occhi della signora c’era qualcos’altro. Non c’è più nessuno, Leonard e Marianne, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Clift and George Johnston e i tanti artisti stranieri che ogni sera organizzavano feste, recitavano poesie e suonavano canzoni, lontani dal sistema.
Sono tutti andati, restano solo i fantasmi meravigliosi, i ricordi giovanili, l’amore, la musica, le parole.
Leonard Cohen è morto a Los Angeles il 7 novembre 2016, all’età di 83 anni, appena tre mesi dopo Marianne.
Quando Leonard Cohen ha saputo che Marianne era ormai sul letto di morte a causa della leucemia, le ha fatto recapitare un saluto toccante, in cui tratta senza giri di parole il tema della morte. Una lettera in cui ogni parola cade lucida, asciutta, essenziale, perfetta nella sua consapevolezza.
“Beh, Marianne, siamo giunti al tempo in cui siamo talmente vecchi che i nostri corpi cadono a pezzi e penso che molto presto ti seguirò.
Sappi che ti sono alle spalle, così vicino che se tendi una mano penso che riuscirai a prendere la mia. E tu sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non ho bisogno di dire altro in proposito perché di questo sai già tutto.
Ora però voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore eterno. Ci vediamo sulla strada”.
Chissà, forse è questo che stava dietro le misteriose parole della signora del “QuartreCoins”: Se ne sono tutti andati, come Leonard, come Marianne.
Il nostro pellegrinaggio era concluso.
Il giorno che abbiamo lasciato Hydra, mentre ci allontanavamo dal porto, ho visto i portantini sui muli, i turisti, gli artigiani, i pescatori, gli amanti, i droghieri, le ragazze, gli anziani, i marinai, i pittori, i cuochi delle taverne e Marianne sorridente, seduta sui gradini di casa, mentre la voce di Leonard Cohen risuonava nella mia testa, con quella sua cadenza armonica che cresce sempre più profonda, diventando ad ogni ascolto più vera del tempo.
A Hydra Leonard Cohen ha plasmato il suo destino, trovato e consumato l’amore, disteso la sua strada tra il mare e la terra, una profonda linea invisibile che nessuna foto potrà mai catturare.
Mentre il traghetto usciva dal porto mi sono chiesto, quale segno avrebbe lasciato Hydra su di me?
Prima o poi ce ne andremo tutti o comunque dovremo invecchiare, accettare le rughe intorno agli occhi e la stanchezza sulla pelle. Il tempo richiede questa prova.
Allora ho chiesto che ci sia almeno concessa la leggerezza di mettere ogni giorno un piede davanti all’altro con lucidità e che l’amore e le passioni possano durare a lungo, come la visione di un’isola greca immaginata da artisti senza tempo, con una manciata di sogni agitati, che il mattino farà scomparire.

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