Giorgio Gaber – Gildo, Carmine Falco

Queste poche righe sono state scritte in due tempi diversi. La seconda parte è stata scritta in una sera da quarantena, dove i morti e gli ammalati sono diventati numeri in crescendo, dove la distanza è diventata sicurezza e l’incertezza ha cominciato a danzare nelle case come la fiamma nel caminetto. In quei momenti ho ripensato alla mia ambulance song, “Gildo” di Giorgio Gaber.
Le parole seguenti sono il tentativo di collocare il brano nella società e di risaltarne la necessità.
Si può parlare di ciò che si sa, si può parlare soprattutto di ciò che si racconta ma non si può parlare di ciò che si cancella.
Cancellare è uno strumento del potere, è ridimensionare un mondo omettendo le parole per descriverlo.
Il sociologo Jean Bradillard ci ha spiegato che le società occidentali hanno cancellato la morte. La morte nella società contadina era familiare, quotidiana, era la mano del fattore che sacrificava il vitello o il maiale, era il prete che transustanziava il pane e il vino, era i bottoni neri cuciti per il lutto.
Ripenso ora a questa epidemia che costringe i malati alla sottrazione persino del volto di un caro e di una parola di conforto. Ripenso a chi ha visto partire un’ambulanza che non ha concesso un’ultima carezza. Ripenso a “Gildo”.
“Gildo” mi ha accompagnato per tutto il tempo che ho trascorso negli ospedali accanto a mio padre.
Nelle parole di Gaber ritrovavo quello che non riuscivo ad esprimere: il disagio del corpo, i rapporti costruiti tra le mura degli ospedali, il silenzio della morte.
Ritrovavo anche la vita. Una vita senza gli orpelli della retorica, senza le grida dei proclami, una vita che non si vergogna di ricordare piccoli fatti banali nella speranza di riviverli una volta fuori.
Le parole di questo brano mi restituivano un caldo abbraccio, non l’illusione di vincere, ma il conforto di essere capito.
Non so se queste mie sensazioni possano valere per tutti, non so se possano davvero aiutare.
Forse chi oggi vive la malattia, ascoltandole, può sentirsi meno solo, forse può avvertire nell’intensa delicatezza di Gaber un profondo senso di umanità e amore. Forse sono ancora parole inutili e banali.
Nella potenza didascalica di Gaber viene annullata la distanza tra arte e vita. Gaber sembra parlare tutti i dialetti del mondo. Parla agli abitanti degli ospedali perché abitante degli ospedali, posando la cetra e indossato il pigiama.
Ma Gaber sa concederci un ultimo volo. Non saprei esprimere meglio l’uscita dall’ospedale se non con il viaggio onirico che ci regalano le ultime parole del brano.
Ve le lascio, invitandovi poi ad ascoltarle ad occhi chiusi:

Il cielo era azzurro e teso
e le mie gambe strane, senza peso.
Attraversavo il giardino tremante
come in un sogno riposante.
Gli occhi delle nuove madri luccicavano
e i grossi seni sotto le vestaglie biancheggiavano.
Solitario avvertivo quel candore, quell’aria di purezza
e il cielo era azzurrino e c’era un po’ di brezza
e stranamente un senso d’amore che non so dire.

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