Caribou & A Perfect Circle & Jimi Hendrix, Gianluca Bindi

Tre brani: Arancione

Caribou – Sun

«Ci siamo ragazzi. Il Panerai era l’ultimo, appena monta da quegli altri si può partire» disse il Francio sistemandosi gli occhiali con soddisfazione, mentre ingranava la prima.
«DAI DAI!» gridò Umberto all’altra macchina, vedendo la new entry indulgere troppo con la sua sigaretta. Rientrò la testa dal finestrino e, polemico, si rivolse idealmente all’intero abitacolo: «Non lo so sembra che questa quarantena l’abbia rallentato più di quanto non fosse già» e bestemmiò accendendosene una a sua volta. Lucio, dal sedile posteriore con la bottiglia di vino ammezzata in mano, ridacchiò: «Sempre meglio di questo qui accanto, considerando quanto ci ha messo la moglie prima a lasciarlo andare» e guardò male il Baldacci che si faceva i fatti suoi al cellulare.
«Vaffanculo» sibilò lui senza staccare gli occhi dallo schermo.
Nonappena la macchina cominciò a macinare i primi metri sulla circonvallazione, Lucio sbucò attraverso l’incavo dei sedili davanti allungando il braccio: «Volete favorire?». Nessuno aprì bocca, se non per succhiare a turno il liquido scuro e acido. Poi Umberto scosse il pezzo di vetro, deluso: «Aprine un’altra, dovrebbe essere sotto il sedile».
Ci fu un attimo di silenzio, poi il Francio masticò fra i denti le parole che tutti avevano in mente: «Stiamo uscendo da questo posto di merda finalmente» svoltando sulla strada principale. Il Baldacci sorrise, tirando giù il finestrino. Umberto tornò a sporgersi fuori dal suo, stavolta fino alla cintura, che quasi sembrò cadere di faccia sull’asfalto. Aspirò l’ultima boccata di una delle tante sigarette finite in cinquanta secondi netti, la pizzicò via dalla mano e gridò a pieni polmoni catramati: «Soleeeee! Sol…» e sputò rantoli di tosse così profondi che quasi mise in allerta gli abitanti delle case di periferia.
«Umbe non morire proprio il primo giorno di libertà cazzo!» disse Lucio fra le risate generali.

«Ma quindi, ricapitolando, com’erano i compleanni?» chiese Lapo, non venendo cagato da nessuno.
«Certo che un po’ di vino si poteva comprare anche noi, invece delle caramelle del cazzo» ribatté polemico il Panerai.
«Ma che ne sai te cosa ho provato io in questi mesi col negozio di caramelle chiuso sotto casa? E poi chi l’ha detto che non sono un bene di prima necessità, chi, me lo vuoi spiegare?» ci tenne a precisare il Pellegrini.
«Ragazzi calmi diocristo, ho portato l’erba, adesso faccio una canna».
Nella seconda macchina si respirava un clima quasi teso. Gallo provò a rimettere ordine con quella affermazione, ma subito venne punzecchiato dal Panerai, che sembrava risentire tutto insieme dell’isolamento: «Facile dire calmi, quando si è passata la quarantena con la ragazza eh…».
Gallo lo ignorò. Sul sedile anteriore era stato zitto tutto il tempo, guardando le campagne toscane illuminate scorrere, assorto. E tuttora taceva, nella solita posizione, col solito sguardo, ma con le mani occupate a girare la cartina rigonfia con eleganza ed estrema cura. Leccò per chiuderla, l’appicciò col fuoco e inalò a fondo. Espirò il fumo denso come se fosse un sospiro che teneva in gola da tanto tempo, e si rivolse a Lapo:
«Lucio il 5, Francio e il Panerai il 9, Umberto il 14, il Baldacci il 17 e il Pellegrini il 21. Io e te, invece, gli unici stronzi nati a ottobre» concedendosi finalmente una risata.
«Sticazzi, anche se è passato un mese voglio festeggiare come se fosse stato ieri» chiarì il Pellegrini bestemmiando per ribadire il concetto. Per scherzo il Panerai gli ammollò uno schiaffo e cominciarono a sfogare la solitudine repressa prendendosi a manate ridendo. Si fermarono soltanto quando sentirono ondeggiare la macchina. Sì perchéLapo nel frattempo si era fatto due tiri e aveva pensato bene di stimonare il volante della Panda a ritmo di valzer. D’un tratto videro la macchina davanti che inchiodò di colpo. Si fermarono così, in mezzo alla strada e al nulla. L’altra metà dei cretini del gruppo, in stato visibilmente provato dall’alcol, si riversò fra le due auto. Il Francio aveva beccato alla radio una tamarrata che in teoria, secondo lui, era perfetta per il momento. Così alzò il volume e spalancò tutti gli sportelli. Umberto si sdraiò sul cofano della Panda e quasi intimò agli altri di scendere. Lapo passò la canna e fece cenno a Gallo di farne un’altra. Si misero a ballare e ad abbracciarsi. Riaffiorarono nella mente di tutti i ricordi di quando, ai tempi del liceo, coi loro movimenti sconnessi ed epilettici mettevano in imbarazzo tutte le discoteche della provincia. Così, in una mattinata soleggiata di metà maggio, si ripresero la loro vita e la loro amicizia. Francio avvertì tutti: «Ragazzi cinque minuti massimo ché ho prenotato il tavolo per mezzogiorno e mezzo».

A Perfect Circle – The Hollow

Arrivò l’ottavo brindisi nel giro di un quantitativo di tempo che non erano più abituati a contare. Umberto si alzò ma si sporse troppo per raggiungere il bicchiere del Baldacci, l’altro capotavola. Cadde come corpo morto cade, tranne che lui lo fece con la faccia dentro la zuppiera della pappa al pomodoro. Lucio stava soffocando dal vino nei polmoni. Il Francio salvò il vassoio dei grostini e continuò con nonchalance a perseguire l’obiettivo, già più volte dichiarato, di mangiare il suo peso corporeo in carne quel pomeriggio. Umberto sirialzò da eroe, siripulì la faccia con una fetta di prosciutto e se la mise in bocca. Gallo osservò la scena in maniera distaccata, muto.
Il sole faceva essudare ogni caloriaingerita; nessuno della trentina degli avventoripresenti aveva avuto la sfacciataggine di prenotare un tavolo dentro, men che meno loro. Baffone, il rotundeo titolare di quel paradiso culinario immerso fra le colline, era ben contento di chiudere un occhio sul tavolo degli otto scalmanati, ché era già grassa averli i clienti, al contrario di tanti suoi colleghi che nemmeno avevano riaperto dopo lo stop forzato. I cestini di pane furono svuotati a più riprese per ripulire ogni minuscola particella di antipasto; le bottiglie dell’acqua erano sempre sigillate, come fossero delle offese al sangue di cristo.
Il Panerai ticchettava il piede febbrilmente, molleggiandolo ormai da una buona mezz’ora. Fissava ripetutamente il tavolo di fronte, composto da tre ragazze che, a differenza di loro, mantenevano ancora un certo contegno. La tipa mora si era appena sfilata la maglia a maniche lunghe, inondando il suo decolleté di sole. Al Panerai improvvisamente parve di non avere rapporti con esseri di sesso femminile da svariate ere geologiche, anche perché si era fatto un’intera quarantena da solo, in un monolocale di venti cazzo di metri quadri. Quando la tipa lo vide, fu sorpresa del fatto che non solo lui non distoglieva lo sguardo ma che nemmeno sbatteva le palpebre. Lui si sentiva erodere i vasi sanguigni di desiderio, chegli affettava il cuore a ogni fottuto battito. Era in trance, perse qualsiasi coscienza di ciò che gli accadeva intorno; non si mosse nemmeno quando atterrarono sul tavolo quei quattrocento chili di bistecca che avevano ordinato. Vide la tipa che si alzò facendosi strada fra le sedie, verso l’interno dell’osteria. Gli fece un cenno ammiccante e proseguì. Non c’era bisogno di dire altro, le si accodò pronto a soddisfare quel vuoto che si portava dentro da troppo tempo. Gli altri a tavolino videro la scena e si domandarono per un secondo se fosse il caso di andare a salvare la tipa da quello sguardo malefico, ma alla fine si tuffarono immediatamente sulla carne.
I due si congiunsero in una salettina interna appartata, vuota. Lui la prese di peso e la mise su tavolo apparecchiato. Si baciarono avidamente. Lui provò a toglierle i pantaloni ma lei gli disse di aspettare. Tirò fuori un sacchettino di polvere bianca: «Ti va?»
«Non lo so, mai provata…» rispose il povero Panerai, ormai accecato dal desiderio.
«Facciamoci un colpo e poi scopiamo».
«Ok mi hai convinto».

Le fiere sbranarono i primi pezzi di mucca. L’omaggio funebre di quell’animale dal sapore divino fu un momento di intensa commozione, fluida salivazione e rumorosa masticazione. Il Pellegrini pensò a quanto fosse nobile un sacrificio del genere. Tanto che si alzò, montò sulla sedia e si prese un momento per urlare tale riflessione a tutti:
«Grazie per nutrirci, grazie per pienarci lo stomaco di te, grazie per pacificarci il desiderio di vita dopo un periodo così diffic…» si bloccò terrorizzato da rumori atroci.

Per un attimo, tutti i commensali si distolsero dai piatti e cercarono di capire la provenienza di quei colpi sordi e tamburellanti. Videro con spavento la parete di legno dell’osteria che davasull’esterno muoversi tachicardicamente, e non credettero ai loro occhi. Istintivamente si alzarono tutti e smisero di dare le spalle a quella sorgente molesta. Come i terremoti e le catastrofi naturali, quei quindici secondi sembrarono durare un’eternità. Poi si fermò tutto. Gli sguardi di tutti si incrociarono silenti, spauriti. Quando si posarono sulla tipa mora e su un Panerai dagli occhi insolitamente spippati, che ritornavano ai rispettivi posti, venne giù il mondo. Umberto e il Pellegrini assalirono di pacche l’uomo ormai scevro di discrezione, chiedendogli se la durata media delle sue performance fosse simile o se poteva concedere il bis, così avrebbero fatto un video di un bicchiere d’acqua tremante come in Jurassic Park. Lucio e il Francio si precipitarono dalla ragazza, chiedendole se dovevano chiamare il pronto soccorso o se potevano aiutarla a camminare. Si creò un’atmosfera elettrica dove cadde ogni tipo di formalità e contenimento spirituale. Il Baldacci e Lapo iniziarono a prendere di peso i tavoli e accorparli disegnando un grande cerchio, dove tutta la trentina di diavoli, consumati dall’alcol e dalla festa, presero parte al medesimo, delirante divoramento bovino.Gallo, invece, continuò a spiluccare il cibo nel piatto, facendosi gli affari suoi. Seduto nei pressi della porta del ristorante, il rotundeo Baffone se la rideva, godendosi la scena.

The Jimi Hendrix Experience – Burning of the midnight lamp

Non seppero come, ma riuscirono a raggiungere la costa. Sembrò loro di vedere il mare per la prima volta e, fra rutti e sospiri proteici, si riappropriarono della spiaggia. Era sera e il sole, l’astro ritrovato che li aveva accompagnati per quella folle giornata di festeggiamenti, accennava a ritirarsi. Il Baldacci si accucciò in un cespuglio e vomitò metà pranzo, accarezzato dalla brezza iodica. Umberto ebbe un momento di singolarità quantistica e svenne sulla sabbia. Gli altri presero il pallone in macchina di Lapo e cominciarono a far finta di correre inseguendolo.
Gallo si adagiò su un angolo di spiaggia. La grande palla si rintanava piano piano nelle acque tirreniche, illuminando la sua vista di un arancione nostalgico e placido. Adesso non c’era da fare altro che aspettare la luna, pensò. Si sentì un po’ una merda ad essersi isolato per tutto il giorno, visto le grandi celebrazioniper l’evasione. Forse perché per lui era stato abbastanza diverso da potersi permettere di gettar via il buon umore.Oppure era soltanto uno stronzo a cui piaceva fare il lupo solitario.

«Gallo ma che hai?» gli fece il Francio, sedendosi accanto a lui «È tutto il giorno che sei strano, ti sembra il momento di fare lo stinfio?»
Aveva sempre amato parlare col Francio, forse era l’unico del gruppo che gli diceva sempre come la pensava, anche a costo di insultarlo pesantemente. Aveva il potere di scuoterlo. Fu naturale quindi raccontargli subito le cose come stavano. Lui e Alice si erano lasciati. E adesso si sentiva una merda perché era stato lui ad insistere sul portarla a casa sua prima del decreto finale sulla quarantena. Il fatto è che tre mesi di frequentazione, per quanto due persone si trovino bene, è troppo poco per riuscire a convivere a stretto contatto, senza i propri spazi, per più di due mesi.
«Certo lì per lì abbiamo fatto fuoco e fiamme, ma poi, ecco…»
«Non vi potevate più vedere» chiosò il Francio.
Gallo rimase in silenzio, guardando l’oscurità prendere piede. La dannata brezza sabbiosa gli setacciava gli occhi. Che poi non era tanto il sorriso di lei a dargli fastidio all’interno della sua fronte corrucciata. Ripensò a quella mattina, quando si era svegliato con i coglioni girati vedendo il suo orecchino dimenticato sul pavimento. Un oggetto così stupido, che sembrava fissasse la porta per voler uscire. E invece era rimasto lì, rovinandogli la giornata dal principio. Un po’ come stava facendo lui agli altri da quando si erano ritrovati, ormai svariate ore prima.

Sentirono il rumore tipico dell’accatastamento di legna. Gli altri si iniziavano a riprendere e si stavano organizzando per un falò. Presto furono inondati di nuovo dall’arancione, stavolta più mistico e ancestrale.
Il Francio si alzò e tese la mano a Gallo, invitandolo a uscire da quella ragnatela di pensieri appiccicosi. Si unirono agli altri, danzando attorno al fuoco. Tirarono fuori altri alcolici, altre canne furono rollate. Gallo pensò al suo cazzo di vizio ricorrente, quello che lo faceva sentire sempre fuori posto, quello che gli impediva di riuscire a godersi un cazzo di momento della sua vita senza desiderare per forza di essere da qualche altra parte, a fare qualcos’altro. Da quando suo padre se n’era andato, era afflitto costantemente dall’odiosa sensazionedi rovinare ogni fottuta cosa che toccava o con cui veniva a contatto. Voleva essere come quel fuoco, voleva bruciare dentro di vitalità e di entusiasmo come quando era piccolo. Prima di aver murato il suo cuore con il cemento armato. Un giorno sarebbe venuto il suo momento, avrebbe smesso di essere un fallito, avrebbe trovato il modo di realizzare tutti i suoi desideri nell’istante stesso in cui li concepiva. Qualcuno avrebbe fatto carte false per rimanergli accanto, nel bene e nel male. Qualcuno avrebbe suonato la sua campana. Ma non in quel momento. Adesso si sentiva tutt’uno con quella banda di scapestrati a cui voleva bene più di sé stesso, che più volte lo avevano tirato fuori dai baratri che spesso lambiva. Gli scese una lacrima. Continuò a dimenarsi come una menade attorno alla lampada della mezzanotte. Chiuse gli occhi e provò a bruciare, da solo. Il fuoco andò avanti per ore, fino a che fu sostituito dal ritorno del sole.

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