Burial – Ghost Hardware, Gianluca Bindi

La Nascita di Venere – Sandro Botticelli (Galleria degli Uffizi, Firenze, 1485)

Il camino crepitava nel soggiorno guarnito da ammennicoli natalizi. Fra le decorazioni, sobrie ma abbondanti, affioravano dagli scaffali gli oggetti che davano significato alle loro vite passate assieme, due prospettive da cui vedere la stessa sequenza di eventi. Lui dondolava la colonna vertebrale ingobbita sulla poltrona, esaminando con cura ogni angolo del quotidiano che stava leggendo. Lei era sul divano, a intricare i fili di lana, maneggiando con cura i ferri a maglia; le dita imprecise in preda all’artrite. Le nocche le facevano male, ma soffriva in silenzio. Dopotutto non voleva farsi trovare senza sciarpa da regalare alla nipotina. Lui di tanto in tanto la osservava di sottecchi. Sapeva che stava peggiorando, lo scorgeva dal suo peculiare modo di contrarre i depressori degli angoli della bocca. Ormai non aveva più segreti, come lui non ne aveva per lei. Erano l’uno il muro di endorfine dell’altro. Sapeva benissimo il funzionamento di quelle molecole, di quella droga autoprodotta dall’organismo umano, a cui aveva interamente dedicato la sua vita professionale. Una sorta di meccanismo di difesa contro il dolore, la fatica, lo stress; la solitudine. Come dimostravano gli esperimenti, le relazioni stabili assestano il programma biologico dell’innamoramento da passionale ad affettivo, facendo affogare il cervello nelle acque termali endorfiniche: il brodo della sicurezza, la doccia calda d’inverno dopo una giornata di lavoro. Praticamente una dipendenza da oppiacei. Si era chiesto spesso se l’individuo umano non fosse altro che un cocktail di ormoni, impulsi neuroelettrici, e processi organici perlopiù involontari. Una tanica di liquidi a concentrazioni variabili, concentrazioni varianti a seconda di ciò con cui viene in contatto al di fuori di sé. Non c’era posto per l’anima: quando sarebbero morti, presumibilmente a poca distanza l’uno dall’altro (di solito l’astinenza improvvisa fa più vittime di una dipendenza prolungata), i loro atomi si sarebbero sparpagliati e rimescolati alla materia dell’universo. Semplice, lineare. Così come l’amore, nient’altro che un programma biologico per la sopravvivenza della specie. Guardò di nuovo sua moglie. Si alzò senza dire una parola, arrancando verso la cucina. Era l’ora del suo tè delle undici. Probabilmente già da dieci minuti lei sapeva che si sarebbe alzato, pensò. Aprì l’anta della credenza, rovistando in cerca della confezione comprata due giorni fa al supermercato, invano. Strano, era sicuro di averla presa. O forse si sbagliava con la settimana prima. Ormai ogni giovedì, giorno dedicato alla spesa, era del tutto interscambiabile con il precedente. Provò ad allungare il braccio, fino a toccare il fondo dell’armadietto, già rassegnato al fatto di non poter bere tè per almeno altri cinque giorni. Scansò vari oggetti tra cui barattolini di pepe, peperoncino, noce moscata e quei diavolo di rotoli di alluminio che, nonostante le sue lauree e gli innumerevoli diplomi accademici, non riusciva mai a staccare per bene.
D’un tratto sfiorò un cartoncino con le dita. Sentì distintamente un richiamo. Suadente, sembrò investirlo dall’interno, riportando a galla vecchie sensazioni sopite da tempo immemore. Lento ritrasse il braccio, tirando fuori un biglietto sgualcito e impastato di muffa ai lati. Poche parole scritte, che però risvegliarono un mondo: “Love you”. D’un tratto si ricordò di Anghela, del loro fine settimana a Firenze, appena ventenni. Gli salirono con violenza tutte le delicatezze che si erano scambiati in quel tempo ormai confinato nella fossa in cui giacevano sepolti i suoi anni passati. Si conobbero una sera, in una locanda vicino Ponte Vecchio; lui appena trasferito per l’università, lei alla fine del suo Grand Tour sabbatico. Fu quella pennellata ottocentesca assieme alla sua posa regale ma non vanitosa, e ai suoi occhioni incorniciati da capelli biondi non domi ma gentili, a farlo capitolare all’istante. Subito si inchiodò nei pressi del lavello, tanto che si dovette sorreggere. Il suo cervello scosse i recettori e nuove sostanze fecero irruzione nei suoi vasi sanguigni. Lo struggimento lo pervase, ogni poro del suo corpo vibrò di carezze lontane. Chiuse gli occhi e tirò indietro leggermente la testa. Ricordò il suo profumo, morbido e lunare. Avrebbe potuto ricrearlo pure affetto da Alzheimer, anche a distanza di decenni, inconfondibile e purpureo come gli abbracci vitali fra quelle lenzuola. Il cuore gli iniziò a battere così forte che pensò di avere un infarto; o una botta di anfetamine. Il sudore gli inumidì la fronte; la bocca si asciugò. Sentì dopo tanto tempo la capacità di cambiare la realtà con l’amore e il pensiero positivo. Il mondo era ai suoi piedi poiché lui era ai piedi di quella dea che si era materializzata nel suo essere, che aveva riempito quell’esoscheletro di fibre, muscoli, tendini e ossa; gli aveva creato un’anima o, semplicemente, gli aveva fatto notare di averla. Si sentiva così, in completa armonia col mondo interiore e circostante, quasi che l’uno fosse diventato la naturale confluenza dell’altro, quando sentì delle picconate di mal di testa arrivargli a cadenza regolare. Si rese conto che era sua moglie che lo chiamava dal salotto. Strizzò gli occhi, rispose qualcosa, guardò il biglietto caduto a terra. Si sentì confuso e frustrato. I pensieri positivi che cambiavano la realtà, scomparsi. Afflitto, l’unica cosa che gli era rimasta era sua moglie. Sospirò. Raccolse il biglietto con cura viscerale e lo ripose in tasca. Zoppicò in soggiorno, col passo pesante e la fronte corrugata. Varcò la porta e alzò lo sguardo, che incontrò quello di lei, spaventato e senz’armi. Si sentì inutile e in colpa per aver sfondato il muro di endorfine costruito con pazienza in sessant’anni di risonanze magnetiche alla vulnerabilità reciproca. Chiese dov’era il suo tè e si turbò del fatto che non avrebbe potuto berlo per altri cinque giorni. Lui sorrise. Era proprio un piccolo esserino, ma l’amava. Per il semplice fatto che le era stata accanto, dandogli un amore che gli aveva permesso di essere mentalmente in grado di fare ciò che per cui era nato: il ricercatore. Anghela non glielo avrebbe mai permesso, il sentimento per lei era troppo forte, ed era giusto che le loro strade si fossero divise molto presto. La sola vista del biglietto lo aveva quasi sopraffatto. Si chinò verso il divano su cui era seduta, le afferrò le mani con delicatezza e le baciò le dita doloranti. Lei sorrise così tanto che quasi lui ci sprofondò dentro. Sentì le endorfine rientrare a poco a poco in circolo mentre posava nuovamente la colonna vertebrale ingobbita sulla sua poltrona.

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