Mazzy Star – Fade Into You, Charles Poisonheart

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Era da tanto che volevo scrivere di una Ambulance Song, una canzone che mi ha salvato la vita. La lista è sempre stata lunghissima e circoscritta a momenti particolari della mia giovinezza. Potrei parlare di come in adolescenza When the Music’s Over mi abbia fatto comprendere il vero amore per la musica, potrei descrivere i brividi di piacere nell’ascoltare All Along the Watchtower a tutto volume con i finestrini abbassati assaporando una libertà effimera che sapeva d’ossigeno, potrei tuffarmi in un singulto di stupore/dolore quando per la prima volta vidi il videoclip (dell’allora MTv) di You Know you’re Right. Oggi però, oramai adulto e capace di riassumere, metabolizzare e razionalizzare gioie e dolori passati, la scelta converge verso un titolo unico, una canzone che nel momento in cui sto scrivendo s’incastra in questo presente ruvido ed avaro, sigilla un pezzo di vita, chiude un cerchio. Nella speranza di aprirne un altro, concentrico, ma distante dal dolceamaro che ha permeato l’aria fin qui respirata.

I want to hold the hand inside you, I want to take the breath that’s true

Fade into you è uno dei migliori momenti di un pop edulcorato, onirico, spostato verso tonalità languide, ma senza autoreferenzialità (oggi lo potremmo ridefinire dream-pop a tutti gli effetti). I Mazzy Star nascevano come uno dei tanti progetti laterali di David Roback, che dal Paisley Undergroung dei primi 80s con i Rain Parade, aveva girovagato con alterna fortuna, fino a trovare nella voce eterea, suadente, malinconica di HopeSandoval il contraltare perfetto per le sue ballads acriliche e velvetiane.
Fade into you apre un disco mai troppo celebrato nei gloriosi nineties, come So Tonight That I Might See, che ebbi modo di scoprire per vie traverse, in un sabato pomeriggio mentre sistemavo alcuni scatoloni nel mio nuovo appartamento. Il primo trascolo della mia vita. L’imprinting nacque in un ambiente ancora sterile da emozioni, non vissuto, inesperto. Uno spazio neutrale e non –unicamente- mio, che avrei dovuto/voluto condividere con la mia compagna: in mezzo il rincorrere di nuovi ritmi ed abitudini quotidiane, lo scoprirsi complici/nemici nel prendere decisioni opposte e contrarie, nello scegliere arredamento, colori, i contorni del nostro spazio, traslazione della nostra nuova vita.

I look to you and I see nothing, I look to you to see the truth

Le pareti di quell’appartamento non rimasero impregnate di Fade into you, anzi, presero altri colori ed altri toni: dal rosa antico della camera da letto, tra lo scorrere meccanico di una playlistit-pop che scivolava via tra una pennellata e l’altra, o tra stranianti distorsioni di chitarra dall’amaro sapore grunge mentre i mobili iniziavano a popolare con razionalità gli angoli vuoti delle stanze. Neanche quando entrò in soggiorno il mio vecchio giradischi che custodivo con religiosa devozione, potei far risuonare i sinuosi slide dei Mazzy Star: non possedevo ancora quel disco in vinile. Quel pezzo di vita era un puzzle dannatamente incompleto. Sbeccato da una parte. Era solo l’inizio di una convivenza che non afferrai subito e non compresi senza traumi. Dovevo sbatterci il naso, sbucciarmi le ginocchia. I found it hard, it’s hard to find, si cantava negli anni Novanta. La voce di Hope Sandoval che aveva conosciuto –seppur di sfuggita- quegli spazi, ne aveva ispezionato i meandri, misurato le distanze, intuito le fragilità, prima o poi sarebbe uscita fuori naturalmente, era solo questione di tempo. E di resilienza.

You live your life, you go in shadows, You’ll come apart and you’ll go black

La convivenza uccide, gioca sul tavolo del compromesso. Per chi ha abitudini radicate, costringe a riscrivere sé stessi, elaborare nuovi rituali, ansimare per spazi e tempi liberi. Poi tutto passa, scade ad un piano inferiore. Iniziano a farsi largo altre esigenze. Si perdono quelle vecchie. Il passaggio ha un nome, si chiama età adulta. Fade into you tuonò una sera di un’acerba estate, mentre prendevo in braccio un cucciolo di Jack Russell, facendolo addormentare come fosse un figlio. Una deviata paternità ed un elevato senso di responsabilità mi prese con sé, facendo tacere per sempre le dimostranze dell’io interiore che ancora reclamava i propri spazi. Il passaggio fu tanto naturale, come il sonno innocente di un cucciolo che si ritrovava in una casa nuova, sterile, neutrale, spaesato tra sconosciuti che distribuivano affetto, carezze, abbracci umani. Capivo cosa poteva provare quel cucciolo, io stesso mi ero sentito smarrito solo qualche anno prima, quando rimettendo a posto gli scatoloni girovagavo per quelle stanze vuote, anonime.

Some kind of night into your darkness, colors your eyes with what’snot there

I tre accordi di Fade into you erano rimasti gli stessi, e risuonavano con quella nenia che rincuorava ed allo stesso tempo trasmetteva malinconia. Eravamo legati, simbionti, empatici di note. Da quel giorno, quella convivenza a tre divenne una famiglia –sì certo, non tradizionale- che imparò a rispettare gli spazi e le abitudini di ognuno. Quel cucciolo crebbe giorno dopo giorno, divenne adulto, alla stessa maniera di come divenni adulto io in quell’appartamento. Piccoli, impercettibili cambiamenti quotidiani che divengono con gli anni routine, poi tradizione, infine nostalgia. E Fade into you divenne la colonna sonora dei nostri ricordi, dei nostri giochi, dei nostri momenti solenni.

A stranger’s light comes on slowly, a stranger’s heart with out a home

Anche oggi, che nell’aspirazione di diventare padre, tra tante difficoltà, sfide e desideri, sento che le note di quella canzone mi accompagneranno ancora. E un pensiero ricorrente. O forse un pensiero che vorrei inseguire. S’incastra in queste giornate invernali d’indecisione e di calma apparente. Risuona in quel vinile finalmente trovato e sudatamente acquistato, che non smette di girare su di un giradischi appena portato a casa. Salvato anche lui, messo al riparo sotto un tetto. Inaugurato dalle note di Fade into you, come una sorta di rituale, di passaggio obbligato, di silenziosa accettazione. L’appartamento s’inebria di quelle note, di quegli scivolamenti, di quei sospiri, segnando la campanella dell’accoglienza.

You put your hands into your head and then smiles cover your heart

Anche ora che, tra le pagine di Full of Life di John Fante, vi ritrovo alcune delle mie incertezze. Quel senso di obliò controllato, in cui sottopelle giace una sottile ironia, non timido nonsense, che agita le mie giornate di pensieri. La paternità come una dolce ossessione, che circumnaviga il mio cervello, tra endorfine coraggiose e timori sussurrati o ancora opachi. Eppure tra quelle pagine rivelatrici, vi ho ritrovato tracce di quella canzone –no, non ci credevo neanche io- c’è una Sandoval che fa capolino nel finale, come una comparsa educata, un contorno non invadente. In questa porzione di vita Fade into you mi tiene a galla, mi fa sperare per il futuro, mi rincuora, mi tiene al caldo. Un cerchio si sta per chiudere. L’inizio che quasi coincide con la fine. Per poi ricominciare, in qualche altra forma. In qualche altra canzone. Per ora va bene così.

Fade into you
Strange you never knew
Fade into you
I think it’s strange you never knew

2 risposte a "Mazzy Star – Fade Into You, Charles Poisonheart"

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